EDICOLAONLINE

Raccolta di articoli giornalistici e altro su quanto ruota intorno alla professione infermieristica.


domenica, 23 marzo 2008
Da La Repubblica.it

... Meno casi di malpractice con visite lunghe

"Diamo tempo ai pazienti, cominciando col far durare di più le visite mediche". Parole essenziali ma finalmente pratiche, e nelle quali ognuno di noi può riconoscere le proprie esigenze e frustrazioni di paziente, pronunciate dal senatore Ignazio Marino, presidente della Commissione sanità del Senato, chirurgo di fama mondiale al convegno romano "Credere e curare". "Studi della American Medical Association hanno dimostrato", spiega Marino, "che pochi minuti in più dedicati all'ascolto e alla visita fanno diminuire sensibilmente il numero delle cause per malpractice, guadagnando in umanità".
Secondo uno studio del 2004 del Centro universitario di ricerca sulla comunicazione in medicina dell'Università di Milano, tra le lamentele più frequenti dei pazienti c'è la visita frettolosa e l'essere interrotti da una domanda a soli 18 secondi dall'inizio dell'incontro quando gli basterebbero due minuti di ascolto per avere un quadro completo. È come se ci fosse una sfiducia nell'efficacia della narrazione del paziente e nell'esame fisico: meglio affidarsi alle carte e alle lastre? "La tecnologia migliora enormemente sopravvivenza a qualità della vita, ma non può annullare il contatto fisico e l'ascolto, che invece è quello che avviene. Per questo le medicine alternative hanno successo: non per l'efficacia, ma perché sottolineano il contatto umano" risponde Marino. E allora? "La formazione alla comunicazione è importante. In molti paesi ormai c'è l'ossessione a prescrivere esami per avere una documentazione da poter presentare in tribunale in caso di accusa di imperizia".

Buona Pasqua a tutti!

Postato da: infernierionline.net a marzo 23, 2008 18:11 | link | commenti

martedì, 18 marzo 2008
EDITORIALE

La Sanità che vuole Veltroni

di Guglielmo Pepe

"La politica sceglie il ministro, il sottosegretario alla Sanità; non deve scegliere i primari". Ci mancherebbe altro, potremmo commentare. Però questa affermazione contenuta nel programma del Partito democratico, sembra voler indicare un futuro nuovo per le nomine della sanità pubblica, troppo spesso viziate dai clientelismi, spartizioni politico-partitiche, e in qualche caso perfino condizionate dalla criminalità organizzata. Dunque - secondo il Pd - i direttori generali delle Asl dovranno essere valutati da una Commissione Regionale di tre saggi (indicati da chi?) che valuteranno le candidature sulla base di audizioni pubbliche. L'ultima parola dovrebbe spettare al presidente della Regione. Ma così si rischia di far entrare dalla finestra la politica. Forse è meglio la proposta alternativa: un albo nazionale garantito da "rigorose procedure concorsuali pubbliche" al quale possono attingere le Regioni. Questa però non è una novità perché si rifà ad un ddl approvato dal governo Prodi. Comunque è già un passo importante dire che la politica deve entrare il meno possibile nelle nomine degli ospedali.

Ma nelle intenzioni di Walter Veltroni (vedremo in seguito i programmi dei vari leader), rientrano altri obiettivi, non realizzati dal governo di centro-sinistra, nonostante impegni e promesse. Come ad esempio il Fondo per la non autosufficienza per il quale sono state stanziate poche centinaia di milioni di euro e non è mai stato avviato. Nel programma del Pd ora si parla di "buoni servizio" - da affiancare all'indennità di accompagnamento che va aumentata a 600 euro - utilizzabili per acquistare servizi per l'assistenza domiciliare integrata, organizzata dai Comuni.

Un Fondo nuovo però c'è: per le cure odontoiatriche, "promosso dal pubblico e con il contributo volontario dei cittadini". Significa che chi non ha i mezzi economici potrà un giorno curarsi gratis i denti? Stando al testo sembrerebbe di no, anche se un fondo ad hoc potrebbe fungere da calmiere per i prezzi, esorbitanti, che pagano i cittadini per avere un sorriso sano. E' - come abbiamo scritto più volte - un diritto negato (e spesso dimenticato).

Più in generale il Pd ribadisce il principio dell'universalismo dello Stato sociale e quindi anche delle prestazioni sanitarie. Perciò si legge che il Servizio sanitario nazionale è un patrimonio che va valorizzato e rafforzato "correggendo gli squilibri territoriali". Giusto. Ma non ha senso ripetere che la nostra sanità è al secondo posto nella graduatoria dell'Oms. Perché: quella classifica è datata; valeva soltanto per alcune zone d'Italia; negli ultimi anni altre classifiche hanno spinto il Paese molto più in basso. Lo conferma un aspetto nodale come le liste d'attesa. I progressi compiuti sono pochi, a macchia di leopardo non solo tra Nord e Sud ma anche all'interno di una stessa città, di una stessa Asl. Nel documento del Pd si cita la legge 120 del 2007 che ha introdotto la "urgenza differibile", che prevede assistenza entro 72 ore per le patologie che non necessitano di Pronto soccorso o ricovero ospedaliero. Se questa "urgenza differibile" fosse applicata in tutta Italia sarebbe davvero una rivoluzione.

Altri obiettivi vengono indicati. Tra i quali le maggiori risorse per la ricerca (promessa mancata dal centro-sinistra) o il rafforzamento della "telemedicina", che potrebbe rappresentare una vera innovazione. Resta comunque un dubbio: se nel testo si legge che la politica sceglie il ministro della Sanità, come la mettiamo con la lista dei dodici ministri proposta dal Pd e che prevede solo un sottosegretario deputato? E poi, si torna alla Sanità o si mantiene - come è adesso - Salute, termine sicuramente più moderno e onnicomprensivo?
g.pepe@repubblica.it

Postato da: infernierionline.net a marzo 18, 2008 18:20 | link | commenti

martedì, 11 marzo 2008
Da ANSA.it

CHIRURGIA PLASTICA PER BIMBI DOWN, E' DIBATTITO
LONDRA - Ophelia Kirwan ha due anni, i suoi genitori fanno i medici, sono molto benestanti - abitano a Knightbridge, una delle zone più esclusive di Londra - e ha due sorelle più grandi. Sembra l'inizio di una bella favola metropolitana, non fosse che Ophelia è affetta dalla sindrome di Down. E i suoi genitori, per correggere i difetti dei lineamenti tipici di chi soffre di questa malattia, hanno deciso di sottoporla a una serie di interventi di chirurgia plastica - suscitando un aspro dibattito.

"Non è giusto che Ophelia, e altri nella sua stessa condizione, vengano giudicati dalle loro apparenze, e magari scartati per un lavoro che invece possono benissimo svolgere", dice Chelsea, la madre di Ophelia. "E' una questione di autostima: se c'é qualcosa del tuo corpo di cui non sei felice, perché non correggerlo?", dichiara ancora Chelsea, che così conclude: "Tutto quello che voglio è che Ophelia sia felice".

Ma se il dibattito riguardo l'opportunità o meno della chirurgia estetica è in sé oramai un poco polveroso, l'eventualità di esporre a dolorose operazioni una bambina di due anni solo perché 'diversa' rispetto ai canoni imposti dalla società è molto più scottante. La madre delle domande, suggerisce il tabloid 'Daily Mail', è in verità la seguente: l'oggetto della questione è la felicità dei bambini o il desiderio dei genitori di avere dei figli più 'normali'? "Il solo pensiero di permettere che aprano la faccia a tuo figlio per cercare di renderlo più 'accettabile' da parte della società è terribile", denuncia Rosa Monckton, madre di una ragazzina Down, moglie di un ex direttore del 'Sunday Telegraph' e - sopratutto - buona amica di Lady D. Una voce dei 'quartieri alti', dunque.

"Forse questi genitori stanno facendo fatica ad affrontare lo shock - perché di shock si tratta - di scoprire che tuo figlio non sarà mai come ti aspettavi". Una visione assolutamente condivisa dalla 'Associazione britannica Sindrome di Down', che anzi si spinge un po' più in là, mettendo in evidenza come il dolore e il disagio patito da una bambina di due anni - che non ha ancora coscienza della propria condizione - possa addirittura configurarsi come un violenza. Critiche, però, respinte del tutto dai genitori di Georgia Bussey, che sotto i ferri del chirurgo c'é finita a cinque anni.

 "Viviamo in una società che giudica le persone dalla loro apparenza, e queste sono cose che non cambiano nel giro di una notte", ha detto Kim Bussey, la madre di Georgia. "Così è Georgia a doversi adattare ala società piuttosto che il contrario: chi ci critica spesso parla senza avere dei figli Down". "Io non sto cercando di nascondere la sua condizione - incalza - ma di aiutarla ad avere una vita normale: so come sono i ragazzini, ad esempio, e non voglio che venga presa in giro a scuola".

Postato da: infernierionline.net a marzo 11, 2008 08:25 | link | commenti

lunedì, 10 marzo 2008
Senza Camice

SENZA CAMICE. «Sono un medico senza camice perché così faccio meno paura ai bambini»

«Ale piangeva, voleva tornare a casa: così diventai pediatra ambulante»

Oncologo, 40 anni, cura a domicilio i bambini malati di tumore

GENOVA - E’ un dottore ma non porta mai il camice. La sua corsia è lunga più di 40 chilometri, segue 13-15 malati, una sua visita può durare mezz’ora o quattro ore, in estate, con i pazienti guariti, vola negli Stati Uniti in un campo ricreativo-sportivo "inventato" da Paul Newman. Luca Manfredini, 40 anni, è pediatra oncologo del Gaslini di Genova. La corsia dove lavora è lunga 40 chilometri perché è un medico "in trasferta" quotidiana, perché segue i bambini e i ragazzi a domicilio. Una sorta di prolungamento dell’ospedale per evitare a giovani e giovanissimi lunghi ricoveri. Ogni giorno un "viaggio" nelle case dei pazienti insieme ad un infermiere per fare visite, prelievi, trasfusioni, endovenose, nutrizione parenterale, idratazione, chemioterapia, terapia del dolore. Insomma, tutto quello che si fa in ospedale ma che, per volontà di menti caparbie, si è riuscito a fare anche a casa. Dove i bambini giocano, guardano la tv, dormono nel loro letto e dove le mamme vivono in modo meno penoso il loro dolore e la loro fatica.

Manfredini è il primo pediatra ad essere stato assunto con un contratto di medico destinato all’assistenza domiciliare. Un’estensione del ricovero, un appoggio per le famiglie anche la notte e i giorni festivi. Una conquista, dice Manfredini. Chi l’ha convinto a lottare per portare i bambini tagliati dal tumore prima possibile fuori dall’ospedale è stato Alessandro, 12 anni. Era il ’98, un giorno, durante il suo soggiorno al Gaslini, decise di fare lo sciopero della fame. Voleva tornare a casa.
«Aveva la leucemia Ale ed era ricoverato nel reparto malattie infettive in quel periodo. Improvvisamente smise di mangiare, mi ripeteva che non voleva più stare lì, che quelle cure poteva farle anche nella sua stanza. Era deciso e determinato. Allora lavoravo in corsia, mi sedetti vicino a lui e cercai di convincerlo. Nulla. Potevo decidere di alimentarlo in un altro modo ma mi fermai e chiesi di provare ad accettare la sua sfida. Sì, proviamoci, dicemmo con i colleghi. Alessandro fu portato a casa, lì continuammo la terapia antibiotica e le trasfusioni. Lui sorrise, ricominciò a mangiare. Ricominciò la vita quasi normale, giocò a pallone, mezzo tempo, anche due giorni prima di morire».
Alessandro era stato un esempio, perché non provare con gli altri? E così è stata la volta di Alfredo, un bimbo di 5 anni della Campania. Malato di leucemia, trapianto del midollo. Stava male, proprio il midollo rigettava il corpo del bambino. Difficoltà nella digestione, diarrea, malessere diffuso, nutrizione “con i tubi”, terapia immunosoppressiva. Alfredo viene fatto uscire dall’ospedale ma resta a Genova. E’ alloggiato in uno dei piccoli appartamenti messi gratuitamente a disposizione dall’Abeo, una onlus di genitori di bambini colpiti da tumore. «Dopo queste esperienze ho deciso di affrontare la sfida. Di battermi per organizzare l’assistenza domiciliare con un altro collega e tre infermieri». Nasce l’ospedale ambulante, con tutte le difficoltà che si porta dietro.

Luca Manfredini dal ’98 fino al 31 dicembre 2006 lavora con un contratto annuale o biennale. «Con quel contratto non potevo neppure avere un mutuo. Per fortuna mia moglie Laura, pediatra come me, era assunta a tempo indeterminato e l’aiuto per una casa l’hanno dato a lei. Una casa per noi due e le nostre bambine adottate, Chiara di sei anni e Silvia di tre e mezzo. Fino a poco più di un anno fa non potevo fare progetti né investimenti lavorativi. Magari, mi dicevo, un bel giorno viene deciso che quello che sto facendo non può andare avanti e mi mandano al pronto soccorso. Ora, invece, posso iscrivermi tranquillamente alla specializzazione in anestesia e rianimazione per continuare ad occuparmi di terapia del dolore». Fino al 1 aprile del 2007 la reperibilità notturna e nei giorni di festa non è mai stata pagata a Luca Manfredini né al suo collega né agli infermieri. Tutto volontariato per portare, comunque, avanti il progetto.
Da poco meno di un anno si è iniziato a monetizzare il lavoro: circa 36 euro lordi per la notte e per il giorno festivo.
Non porta il camice questo medico perché così fa meno paura ai bambini, perché così non ci sono barriere tra lui e i piccoli, tra lui e la famiglia. «Un medico strano quello che opera a domicilio. Entri nelle stanze, entri nella vita spezzata di questa gente che sta lontano da casa mesi e mesi, che non ce la fa a sopportare il peso di un figlio malato di cancro. Famiglie che vengono dal Sud, sradicate, costrette spesso a vendersi quello che hanno per riuscire a curare il bambino. Ci sono giorni in cui, con loro, passi ore e ore per la terapia. In ospedale puoi aprire e chiudere la porta, puoi delegare. A domicilio condividi tutto anche se il tuo ruolo è quello di assistere, curare, accompagnare nei momenti più duri».
Per fortuna, la maggior parte dei suoi pazienti ce la fa: il 75% dei malati di leucemia, a cinque anni dalla diagnosi, è guarito. Come è guarito Sebastiano, 8 anni, con cancro alle ossa. «Il padre guardava il figlio e non ci sperava, non voleva portarlo a casa, non voleva l’assistenza domiciliare. Riuscii a convincerlo, gli assicurai che se il bambino non fosse stato bene lo avrei portato subito in corsia. Aveva bisogno della morfina e di tante altre attrezzature. Veniva da Trapani Sebastiano. Che nel residence qui vicino al Gaslini ha ripreso fiducia e forza. Piano piano siamo riusciti a vincere la scommessa. E il padre l’ha riportato in barca a pescare».

Chi guarisce può sperare, in estate, di partire con Luca. Sì, per tutti i bambini è solo Luca. Dal 2004, con la Fondazione Rangoni di Trento partecipa ad un progetto, il “Punto a campo”, che prevede un viaggio negli Stati Uniti: una vacanza in cottage insieme ad altri bambini di diverse parti del mondo che sono stati colpiti dalla stessa malattia. Ideatore di questi campi (giochi, sfide, cavallo, palestra, pesca, canoa, attività manuali) è Paul Newman che ha battezzato l’organizzazione con il nome “Hole in the wall” (Il buco nel muro).
«Il campo dove si riuniscono ragazzi dai 10 ai 17 anni è il buco attraverso il quale superi il muro della malattia. Lì, gli ex pazienti sono seguiti da noi medici, ovviamente non retribuiti e in ferie dal lavoro, da volontari ed educatori. Il nostro obiettivo? La terapia ricreativa, il ritrovare la fiducia, il riuscire a guardare avanti». Guardi Luca Manfredini e non ce la fai a seguire tutte le attività, non capisci come faccia a ricordarsi i nomi di tutti i pazienti, non sai da dove tiri fuori i sorrisi e l’orgoglio per il suo lavoro. Squilla il telefono. Sta organizzando una gita con la Guardia costiera di Genova: tutti i bambini che possono (medicalmente) permetterselo sono attesi sulla nave. Un giorno, tra le onde. E lui, ex marinaio, racconta che cosa c’è in fondo al mare. La vita.

Il Messaggero - 18.02.2008
Ed. Nazionale - Cronache (pag. 10)
Carla Massi

Postato da: infernierionline.net a marzo 10, 2008 17:02 | link | commenti (1)

 

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