EDICOLAONLINE

Raccolta di articoli giornalistici e altro su quanto ruota intorno alla professione infermieristica.


giovedì, 25 ottobre 2007
ERRORI SANITARI.ISTITUITA UNA COMMISSIONE D’INCHIESTA

Giuseppe Palumbo (Forza Italia) illustra cio' che si appresta a fare l'organismo da lui presieduto, la commissione Parlamentare d'inchiesta sugli Errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali. Sono stati anche eletti i due vice presidenti (Roberto Ulivi di Alleanza nazionale e Riccardo Villari dell'Ulivo). "Indagheremo sugli errori in corsia e sulla malasanita' in genere nelle strutture pubbliche e private, ma controlleremo anche i conti sanitari delle Regioni. Di lavoro ce ne e' tanto da fare".L'organismo, istituito lo scorso luglio, e' composto da ventuno parlamentari che, oltre ai due vice presidenti, sono: Acerbo, Astore, Baiamonte, Barani, Cancrini, Cosentino, Di Gioia, Goisis, Lucchese, Mazzaracchio,Minardo Pedrizzi, Pellegrino, Pignataro, Piro, Sanna, Trupia e Zunino. "Vedremo presto come agire", aggiunge Palumbo, sostenendo che "non c'e' ancora un programma", anche se "la commissione, come e' facile immaginare, avra' tanto lavoro da fare".

Da Sanità News

 

Postato da: infernierionline.net a ottobre 25, 2007 05:07 | link | commenti

lunedì, 22 ottobre 2007
«desistenza terapeutica»;studio condotto nei reparti di rianimazione

Lo studio condotto dal milanese Guido Bertolini, epidemiologo al «Mario Negri» e dal Gruppo italiano di valutazione degli interventi in terapia intensiva ha esaminato 3.800 decessi avvenuti nel 2005 in 84 reparti di rianimazione sparsi in tutto il paese. «Su circa 150.000 pazienti che ogni anno entrano in questi centri — ha spiegato Bertolini —un quinto non sopravvive, circa 30.000 persone. E nel 62% di questi casi, il decesso sopravviene perché i medici, perlopiù dopo un confronto con i familiari, decidono un atto di "desistenza terapeutica", come può essere quello di sospendere la ventilazione forzata o non aggiungere un’ulteriore cura che si ritiene inutile».Ogni anno nei reparti di rianimazione italiani circa 18 mila decessi avvengono perché i medici sospendono le terapie inutili. Il 62% delle morti secondo uno studio condotto in 84 reparti di rianimazione e terapia intensiva nel 2005. I dati saranno diffusi oggi a Torino, al 61º Congresso degli anestesisti e rianimatori italiani. Numeri che riaprono il dibattito. Come definire il distacco dalla ventilazione forzata o l’interrompere le flebo nutritive in un paziente terminale? Eutanasia o interruzione dell’accanimento terapeutico? Loro, i ricercatori, parlano di «desistenza terapeutica

DIVERSA DALL'EUTANASIA» - «E’ improprio parlare di eutanasia — conclude l’epidemiologo milanese — perché questi pazienti non sono né in coma da anni né hanno avuto la possibilità di esprimersi sulle cure che desiderano e perché non c’è dibattito sulla qualità della loro vita né della loro morte, ma soltanto un problema di tempo. Si tratta di casi senza speranza: traumi gravissimi, complicazioni polmonari giunte al termine di una gravissima malattia e così via». Casi diversi, insomma, da quello di Piergiorgio Welby, una vicenda nella quale, comunque, «è ugualmente impreciso parlare di eutanasia ». Ma dal congresso dei medici che ogni giorno sono chiamati a compiere scelte drammatiche —esempio che è stato richiamato anche dall’amministratore delegato della Fiat Sergio Marchionne presente all’inaugurazione — arriva anche un appello. «Questi numeri — dicono Bertolini e Marco Ranieri, anestesista dell’ospedale Molinette a Torino — dimostrano quanto sia urgente che il Parlamento, dove sono state depositate ben dieci proposte di legge, fissi norme chiare in materia. I medici e le famiglie non possono essere lasciati soli. E c’è bisogno di chiarezza per riportare serenità là dove ogni giorno si lavora al confine tra vita e morte

domenica 21 ottobre 2007

"CORRIERE DELLA SERA.it"

Postato da: infernierionline.net a ottobre 22, 2007 05:33 | link | commenti

martedì, 09 ottobre 2007
NOBEL 2007 PER LA MEDICINA

Mario Capecchi, italiano di nascita ma americano d'adozione, ha vinto il premio Nobel 2007 per la Medicina con Martin Evans e Oliver Smithies per le ricerche effettuate sulle cellule staminali e sul ruolo di alcuni geni nello sviluppo umano e di alcune malattie.Il premio da 10 milioni di corone svedesi (1,54 milioni di dollari) è stato dato al team internazionale che ha introdotto variazioni genetiche in topi da laboratorio utilizzando cellule staminali embrioniche. I tre avevano vinto nel 2001 l'Albert Lasker Award for Basic Medical Research, considerato come la versione Usa del Nobel.Capecchi, nato a Verona nel 1937, è cittadino americano e dopo una lunga carriera accademica co-dirige il dipartimento di Genetica della Scuola di Medicina dell'Università dello Utah. Sia Evans che Smithies sono nati in Gran Bretagna, ma il secondo è di cittadinanza americana. Secondo gli accademici di Stoccolma, che hanno attribuito il premio, le scoperte effettuate dai tre scienziati hanno portato alla creazione di una nuova branca della medicina, nota come "gene targeting", letteralmente "colpire i geni" -- attivare e disattivare i geni dei topolini per determinare il loro effetto su malattie e sviluppo fisiologico. Possono essere infatti considerati gli ingegneri del Dna perche' sono riusciti a modificare il materiale genetico delle cellule germinali, prima nei topi e poi direttamente sulle staminali. Il risultato e' stato avere a disposizione topi da laboratorio che permettono di studiare malattie e sperimentare farmaci. E gia' si lavora per riuscire, con la stessa tecnica, a modificare le cellule staminali in quella che, per molti esperti in tutto il mondo, potrebbe diventare la medicina del futuro, con una terapia genica sicura e fatta direttamente sulle cellule staminali. Grazie alle ricerche di Capecchi, oggi almeno 25 milioni di topi da laboratorio aiutano tutti i giorni i ricercatori a condurre i loro studi sulla cura di numerosissime malattie che minacciano l'uomo e che sono ai primi posti tra le cause di morte, come tumori, malattie cardiovascolari, Aids e malaria. Se Capecchi ha trovato il modo di modificare il Dna del topo per creare i primi topi con un solo gene disattivato (un 'trucco' per capire la funzione del singolo gene quando ancora non esisteva la mappa del Dna), Smithies ed Evans hanno applicato la stessa tecnica per fare un passo in avanti ulteriore, modificando le cellule staminali embrionali allo scopo di correggere sul nascere geni difettosi, come quelli all'origine di malattie ereditarie, come la fibrosi cistica.

 sanitanews.it:

Postato da: infernierionline.net a ottobre 09, 2007 04:37 | link | commenti
scoperte ricerche sperimentazion

Un italiano su tre soffre di una malattia cronica

Un italiano su tre soffre di una malattia cronica, ovvero il 36,6 % della popolazione, con punte del 40,1% nel Centro Italia. Sono malati cronici l'80,7% degli anziani, ma non sono immuni neanche i giovani sotto i 24 anni. Il 9,9%, infatti, e' alle prese con una di queste patologie, e il fenomeno e' destinato ad aggravarsi soprattutto nelle donne. I numeri sono stati diffusi al congresso della Federazione italiana dei medici di medicina generale (Fimmg) a Villasimius, in provincia di Cagliari. Le malattie croniche piu' diffuse tra la popolazione italiana, rilevate nell'ambito di 24 patologie da un'indagine Istat del 2005 sono l'artrosi/artrite (18,3%), l'ipertensione arteriosa (13,6%), le malattie allergiche (10,7%) e il diabete. A colpire piu' le donne sono l'artrosi/artrite (21,8% contro il 14,6% degli uomini), l'osteoporosi (9,2% contro l'1,1%), la cefalea (10,5% contro il 4,7%). Uno svantaggio maggiore per gli uomini si osserva invece per la bronchite cronica/enfisema (4,8% contro il 4,2%), l'infarto (2,4% contro l' 1,1%). Ma la situazione diventa piu' grave, assicura la Fimmg, se ad essere malato e' un immigrato e non un italiano. Una casistica prodotta dall'Irccs San Gallicano di Roma conferma che su 9.952 immigrati, il 37,1% e' affetto da patologie croniche degenerative e dimostra una minore aderenza alla terapia a causa delle difficili condizioni di vita: dai numerosi cambi di residenza, all'assenza alle visite di controllo, alla non accettazione di alcuni effetti collaterali dovuti ai farmaci assunti. Secondo la Fimmg, "ci troviamo di fronte ad una epidemia di proporzioni inusitate, che impegnera' in maniera importante le risorse del nostro Paese. Le malattie croniche, infatti, diventano un problema sanitario e sociale se la societa' non e' organizzata per affrontarle". 'Il miglioramento delle condizioni economico-sociali - commenta Giacomo Milillo, segretario nazionale della Federazione - i progressi della medicina e l'allungamento della vita media stanno generando radicali mutamenti delle storie naturali di malattia. Patologie anche gravi - prosegue Milillo - sono divenute croniche. Si sta verificando un vero e proprio spostamento dell'asse delle cure, una virata dall'acuto al cronico. In sostanza, non tanto un cambiamento dei bisogni, quanto invece il prolungarsi degli stessi e l'aggiungersi di altri. E' il fattore tempo ad entrare ora prepotentemente in gioco. I pazienti cronici spesso affrontano non solo singoli episodi di malattia, ma articolati percorsi di cura". E il fattore cronicita' rischia di mettere "seriamente a rischio - secondo la Fimmg - l'equilibrio della sostenibilita' del Sistema sanitario nazionale. E' infatti troppo spesso trattata nelle sedi sbagliate e con costi sociali ed economici altissimi. Le malattie croniche, infatti, generano nei cittadini una crescita delle aspettative, un rapporto diverso con la salute che viene quindi considerata un percorso che, come tale, necessita di interventi, cure, assistenza. Un aumento della domanda non sempre corrispondente ai bisogni reali". Per informazioni: www.fimmg.org
 Sanitànews.it

Postato da: infernierionline.net a ottobre 09, 2007 04:19 | link | commenti
pubblica

domenica, 07 ottobre 2007
rischi della nimesulide

Limitare l'uso e ribadire a medici e pazienti i possibili danni a carico del fegato. Queste alcune delle conclusioni del processo di revisione dei rischi della nimesulide, principio attivo antinfiammatorio presente in molti farmaci, condotto dall'Emea, l'agenzia europea del farmaco.

La revisione è iniziata dopo che l'Irlanda la primavera scorsa aveva deciso di ritirare dal mercato i farmaci a base di nimesulide, seguendo l'esempio di Spagna e Finlandia. Una decisione dettata dalla segnalazione di casi di insufficienza epatica grave, che avevano reso necessario un trapianto di fegato. La notizia era stata riportata anche sul nostro sito il 18 maggio 2007.

Si tratta quindi di una questione di salute pubblica di respiro europeo: la nimesulide è attualmente in commercio in diversi Stati dell'Unione Europea (Austria, Belgio, Bulgaria, Repubblica Ceca, Cipro, Francia, Grecia, Ungheria, Italia, Lettonia, Lituania, Malta, Portogallo, Romania, Slovacchia, Slovenia) per trattare il dolore acuto, i sintomi dell'osteoartrosi dolorosa e la dismenorrea primaria.

Due processi di revisione
Nel 2003, dopo il ritiro in Spagna e Finlandia, l'Emea aveva ritenuto comunque i benefici del farmaco superiori ai rischi e aveva deciso di lasciarlo in commercio negli altri Paesi europei. Dopo il caso dell'Irlanda, l'Emea ha avviato un nuovo processo di revisione appena concluso. Questo il verdetto finale: limitare l'uso della nimesulide a non più di 15 giorni ed evitare che le confezioni debbano contenere più di 30 compresse o bustine.

Sulla questione è intervenuta anche l'Aifa, la nostra agenzia del farmaco, ricordando che i medicinali contenenti nimesulide possono essere dispensati solo dietro presentazione di ricetta medica ripetibile. Inoltre i medici, nel prescrivere questi medicinali, devono tener conto del profilo complessivo di rischio del farmaco e delle caratteristiche del paziente.

Le nostre proposte
Noi però aggiungiamo alcune osservazioni, che derivano dalla nostra esperienza.
Anzitutto le nostre inchieste dimostrano che i farmacisti consegnano il farmaco anche a pazienti senza ricetta. Poi, quanto previsto dall'Emea di fatto è già applicato in Italia, dal momento che i prodotti in commercio contengono tutti 30 unità di farmaco. Infine, i medici dovrebbero essere già informati da tempo sul rischio di danni al fegato legati alla nimesulide, visto che il medicinale è controindicato nei pazienti con problemi epatici.

Viste tutte queste cose, ci sembra che il semplice adeguamento dell'Aifa alla decisione dell'Emea non basti a modificare i comportamenti dei medici, la modalità di dispensazione in farmacia e l'uso del farmaco da parte del cittadino.

Altroconsumo chiede quindi che vengano introdotte il prima possibile misure più restrittive.

Le più importanti sono due. Primo bisogna permettere la vendita dei farmaci a base di nimesulide alla presentazione di una ricetta non ripetibile, quella che il farmacista deve timbrare e conservare in farmacia per sei mesi. In questo modo si garantirebbe un controllo più capillare sulle prescrizioni e sulle vendite del farmaco quando non è rimborsato dal Servizio sanitario nazionale.

Secondo bisogna concordare con le aziende farmaceutiche l'allestimento di confezioni con un numero ridotto di unità (compresse o bustine) per impedire che il farmaco rimasto in casa venga assunto all'insaputa del medico.

L'Aifa infine dovrebbe chiedere alle aziende ulteriori dati sul profilo di sicurezza di questi farmaci. Bisogna chiarire le caratteristiche degli effetti indesiderati al fegato: in particolare sarebbe importante capire se si tratta di una tossicità causata da accumulo della sostanza e quindi legata al dosaggio e alla somministrazione prolungata nel tempo; oppure se è un problema indipendente dal dosaggio e dall'assunzione per lunghi periodi, ma legato alle caratteristiche specifiche della persona che lo assume.

da" Altroconsumo"

 

Postato da: infernierionline.net a ottobre 07, 2007 04:53 | link | commenti
pubblica

venerdì, 05 ottobre 2007
Oggi, da malata, rivendico il diritto a vivere

"Da medico, da oncologa, ero assolutamente favorevole a eutanasia e testamento biologico. Oggi, da malata, rivendico il diritto a vivere". E' ciò che scrive  Sylvie Menard, capo dipartimento di Oncologia sperimentale della Fondazione Istituto nazionale dei tumori di Milano, quando ricorda la 'svolta' avvenuta due anni e mezzo fa. "Quel giorno, era il 27 aprile del 2005, sono diventata io stessa una paziente - dice la Menard, a margine del convegno sull'eutanasia in corso all'istituto - Mi hanno diagnosticato una malattia di quelle definite inguaribili. Ecco, quando ti ammali cambia tutto: quel giorno sono morta, e quindi rinata diversa qualche giorno dopo". "Oggi sarei pronta a chiedere l'eutanasia solo se la mia vita diventasse un peso per i miei familiari o in caso di dolore terribile e non alleviabile. Ma temo che, se la 'dolce morte' fosse legge in Italia, diventerebbe una scorciatoia per evitare di curare il dolore dei malati terminali e di sostenere e assistere le loro famiglie". Insomma, la sanità italiana deve fare di più per i pazienti, piuttosto che offrire loro la possibilità di dire basta.

"Ho il terrore di morire e che la mia famiglia dica: 'finalmente', perché oggi il peso di un malato terminale è sulle spalle dei suoi cari". L'oncologa è critica anche nei confronti del testamento biologico: "Non si può fare da sani, perché in questo caso la morte è qualcosa di astratto, quando ti ammali la prospettiva cambia e oggi io troverei uno scopo anche costretta a letto". La Menard, cattolica credente ma non praticante, si dice "dispostissima a provare qualsiasi terapia che abbia un minimo di razionale scientifico, se dà una possibilità di allungare la mia vita. Anche quando ero ricoverata in camera sterile e vedevo gli amici solo da un vetro, sentivo che quello era un giorno che meritava di essere vissuto".

La malattia ha cambiato anche il modo di lavorare della dottoressa. "Io opero in laboratorio, ma oggi guardo con attenzione l'organizzazione. Ho vissuto sulla mia pelle, e comunque in una posizione privilegiata, file, attese e disorganizzazione in ospedale. Il problema - prosegue la Menard - è che dopo la diagnosi il paziente viene lasciato solo. Ma all'annuncio di un tumore maligno il cervello va in tilt, non si capisce più niente, pensi solo 'sto morendo, sto morendo'. La malattia va spiegata piano, si deve metabolizzare. E' successo a me, eppure ero abituata a parlare con i malati. Ma poi la malata ero io". La Menard, che fa parte della Consulta dei medici ammalati per una medicina più umana voluta dal ministero della Salute, ricorda di essere impegnata con i suoi colleghi in un "censimento per capire cosa, nella nostra esperienza, non è andato bene. Ma posso dire fin d'ora che un paziente dopo la diagnosi ha bisogno di essere preso per mano, insieme alla sua famiglia. Dovrebbe poter capire dove andare a farsi curare, al di là di consigli e suggerimenti di amici e parenti. Il sito del ministero della Salute - dice la Menard - dovrebbe indicare i centri di cura di eccellenza per ogni malattia, con i casi seguiti ogni anno e una descrizione di servizi e attrezzature, un 'bollino blu' ministeriale utile per chiarirsi le idee in un momento così difficile. E' importante anche garantire standard uniformi di cure per tutta la Penisola, per dare la sicurezza al paziente che sta ricevendo le terapie e i trattamenti migliori. Evitando - conclude - penose odissee nella malattia".

Milano, 3 ott. (Adnkronos Salute)

Postato da: infernierionline.net a ottobre 05, 2007 05:41 | link | commenti
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martedì, 02 ottobre 2007
TROPPO SCARSA L’INFORMAZIONE SUI SERVIZI SANITARI

La sanità italiana non incontra il favore dei consumatori europei. Il nostro sistema sanitario si e' infatti piazzato al diciottesimo posto dell'Euro Health Consumer Index (Ehci), la classifica annuale dei servizi sanitari nazionali europei , considerati sotto cinque aspetti fondamentali: i diritti e l'informazione dei pazienti, i tempi di attesa per le prestazioni, i risultati delle terapie, la generosita' del sistema e l'accesso ai farmaci. Secondo la Health Consumer Powerhouse, un'organizzazione di analisi e informazione specializzata con sede a Bruxelles su cinque categorie composte da 27 indicatori, l’Italia ha ottenuto 80 punti su un potenziale di mille. Anche se l'Italia dispone di servizi di informazione sanitaria piuttosto buoni, trasparenti e accessibili i cittadini non ne sono bene informati. Le cose vanno decisamente meglio in 'Austria che con 806 punti si attesta come il Paese europeo nel quale la sanità soddisfa nella maniera più adeguata i cittadini nei Paesi Bassi, in Francia, in Svizzera, Germania e Svezia. Per informazioni: www.healthpowerhouse.com

da " SanitàNews"

Postato da: infernierionline.net a ottobre 02, 2007 04:25 | link | commenti
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